Lodovico Pavoni, tipografo ed editore
Alberto Comuzzi
Una delle calamità e senza meno la maggiore che a’ giorni nostri comunemente deplorasi, si è lo sviamento di tanti miseri figli del volgo a cui mancano per detestabile trascuratezza de’ proprj genitori i necessarj provvedimenti al sostentamento ed all’educazione. Tal è a dir vero, se ben riflettasi al difficile assunto di tutelarli, a cui per altro c’invita sincero amore di Religione, e di Patria; chè certo abbandonati dovrà piangerli la Chiesa sgraziate vittime dell’ignoranza e del delitto e sofferirli con grave danno la società seguaci di quell’iniqua e scioperata plebe che è sempre funesta alla pubblica e privata tranquillità.
Con queste parole Lodovico Pavoni (Brescia 1784 Saiano 1849), fondatore dei Figli di Maria Immacolata (pavoniani), si rivolgeva «a’ suoi amati bresciani» per spiegare il senso della sua opera. In un altro scritto, datato 1823, l’intraprendete sacerdote scriveva d’aver voluto scegliere per i suoi ragazzi «l’arte tipografica, siccome quella che potrà fornir lavoro a buon numero di poveri giovani anche di nascita civile, inetti all’esercizio di altre arti più comuni che verranno introdotte». Su Lodovico Pavoni sono stati scritti fiumi d’inchiostro perché egli è l’antesignano di quel modello di prete sociale che tanta parte avrà nello sviluppo della Chiesa, soprattutto bresciana, dell’Ottocento. Chi è Pavoni? Innanzi tutto è un prete, poi un educatore, quindi un imprenditore; da ultimo, ma non per questo meno importante, un intellettuale. La sua scheda biografica conferma queste quattro caratteristiche. Nasce da genitori che appartengono entrambi a famiglie di nobiltà locale, in grado quindi di assicurargli una buona istruzione. Quando manifesta il desiderio di farsi prete, poiché il Seminario è chiuso (siamo nel pieno delle campagne napoleoniche e il vento della Rivoluzione francese soffia forte in gran parte d’Europa), ha come maestro Domenico Ferrari, futuro vescovo di Brescia. Il 21 febbraio 1807 riceve l’ordinazione nella chiesa di San Pietro in Oliveto, dal vescovo di Bergamo, non essendo ancora entrato in diocesi il nuovo vescovo. Il novello prete manifesta subito la sua attitudine a stare tra i giovani per occuparsi della loro educazione. Dopo avere prestato la sua opera in vari oratori, ne apre uno presso la chiesa di sant’Orsola con il fermo proposito di accogliervi i ragazzi più poveri, rozzi e privi di affetti familiari. Non tralascia questa attività neppure negli anni 1812-1818 in cui è segretario del vescovo, monsignor Nava; un periodo storico travagliatissimo tra il crollo delle formazioni politiche napoleoniche e la restaurazione austriaca nel Lombardo-Veneto. La carestia del 1816-1817 accentua i bisogni di una cittadinanza già provata da forte instabilità politica e fa emergere con maggiore evidenza l’utilità dell’opera intrapresa dal Pavoni. L’anno seguente il vescovo rinuncia al valente segretario che, fatto canonico e, poco dopo, rettore della chiesa di San Barnaba, entra nel quartierino a sua disposizione con sette orfani ai quali provvedere. È l’inizio di quello che, nel 1821, diventerà l’Istituto di San Barnaba. L’azione caritativa del Pavoni è accompagnata da un’idea pedagogica precisa (e che è tutt’oggi applicata dalla famiglia religiosa da lui fondata): fiducia nel ragazzo e nelle sue possibilità, nonostante le carenze sociofamiliari di cui è vittima; un’offerta educativa che favorisca il massimo sviluppo delle potenzialità individuali; un percorso formativo che prometta al singolo non solo un inserimento positivo nella società, ma anche una posizione di responsabilità, tanto da poter risultare utile alla società stessa. Nel 1821 Pavoni impianta una tipografia o, come lui stesso la chiamerà, una «Scuola tipografica» con annesso laboratorio. È la prima scuola grafica aperta in Italia. Si tratta di un luogo in cui si realizza una vera attività di formazione professionale in stretto legame con una struttura educativa. Condotta con i corretti criteri di un’azienda, la tipografia del Pavoni sarà anche, per molti anni, in Brescia, espressione vivace della stampa cattolica e strumento di apostolato. Nel 1837 diventerà «Tipografia vescovile».
Aprendo una tipografia per dare ai propri giovani un’opportunità formativa in un’area professionale di alto livello, Pavoni finisce poi per assumersi un secondo impegno: quello più propriamente editoriale. Dare un lavoro stabile ai suoi apprendisti tipografi e stampatori implica, di fatto, esporsi a scelte editoriali. Insomma, Pavoni diventa editore; gestore, cioè, non solo di una officina tipografica, ma proprietario e direttore di una casa editrice. Tra i primi titoli stampati, figurano manuali di predicazione, catechismi, letture bibliche e una serie di libri di teologia, di filosofia e di apologetica cattolica.
Nel 1825 l’Istituto di San Barnaba è approvato dall’autorità civile. Sedici anni più tardi, nel 1841, il Consiglio municipale di Brescia gli concederà l’uso gratuito di una parte dell’ex convento degli agostiniani. Ottenere la licenza di stampare non fu impresa facile, tenuto conto che il governo poliziesco dell’epoca era alle prese con un processo a duecento indiziati di cospirazione. Accertato, però, che l’iniziativa del Pavoni era rivolta soprattutto all’educazione dei giovani e che il reddito della tipografia era destinato all’autosostentamento dell’Istituto di San Barnaba, le autorità sciolsero ogni riserva e, da diffidenti, si fecero collaborative. Nell’epidemia di colera del 1836, mentre alcuni si prodigavano per i malati, l’Istituto creato dal Pavoni spalancò le porte agli orfani. Il numero di assistiti raddoppierà nel giro di pochi mesi. Il servizio sociale prestato dal Pavoni surrogò – e non era la prima volta che ciò accadeva nei rapporti tra istituzione ecclesiastica e civile – quello dell’amministrazione civica. Quando la municipalità non era in grado di organizzare scuole professionali per gli orfani, fu Pavoni che offrì le proprie strutture gratuitamente, ponendo però una condizione: i ragazzi sarebbero stati educati secondo il suo modello pedagogico. Nel 1841 fu ancora Pavoni che accolse nel proprio istituto i sordomuti. Questi erano mantenuti da un comitato di generosi cittadini, il quale, però, non aveva le strutture per avviarli a un lavoro che li rendesse autonomi. Dopo qualche anno, il comitato, ritenendo d’avere esaurito il proprio compito, affiderà i sordomuti totalmente all’Istituto San Barnaba. Consolidata la sua istituzione in città, Pavoni acquistò una proprietà agricola in località Calvario, nel comune di Saiano, nei pressi di Brescia, dove intendeva dar vita a una scuola agricola, per insegnare ai contadini come coltivare la terra in modo più razionale.
L’Istituto diventò presto una realtà importante; Pavoni intuì che per assicurarne la continuità occorreva fondare un’apposita Congregazione religiosa. Scritte le costituzioni e accantonato un sufficiente patrimonio, nel 1846 arrivò l’approvazione governativa e nel 1847 quella definitiva, pontificia, che era stata preceduta dal «Decretum laudis» del 31 marzo 1843. La Congregazione prese il nome di Figli di Maria Immacolata. Pavoni morì come aveva vissuto: eroicamente. Durante le famose «dieci giornate» di resistenza agli austriaci da parte dei bresciani, nella notte del 25 marzo 1849, Pavoni portò in salvo i suoi ragazzi da Brescia a Saiano. Fu colto da violente febbri dalle quali non guarirà più. Spirò il 1° aprile, mentre Brescia era illuminata dai fuochi della rappresaglia austriaca.
La Chiesa riconosce l’eroicità delle sue virtù il 5 giugno 1947 e lo propone a tutti come modello di vita cristiana il 14 aprile 2002, quando Giovanni Paolo II lo proclama «Beato».
Lodovico Pavoni viene canonizzato da papa Francesco il 16 ottobbre 2016.
