Pavoni, il santo della misericordia

milzani

Ma chi si crede di essere, quello? I preti si limitino a pregare e dire messa. I ragazzi poveri, macilenti, abbandonati nei vicoli di Brescia come spazzatura, e come tale considerati? Un po’ di catechismo, una scodella di zuppa e via. Ma quel prete che cosa sta cercando di fare? Chi si crede di essere? Esattamente duecento anni fa, Lodovico Pavoni raccattava quei ragazzini perduti deciso a restituirli a loro stessi e alla società. Convinto che ogni persona abbia una sua dignità inviolabile. Che ogni uomo sia amato da Dio allo stesso modo. E così faceva cose stranissime, per quei tempi.

 

Cose da far arricciare il naso ad alcuni confratelli, sbalordire d’ammirazione altri, e sospettare la paranoica autorità austroungarica con la sindrome da insurrezione. Un nuovo istituto religioso? Una tipografia? Quel prete non sarà un temibile carbonaro? Oggi Lodovico Pavoni, di cui ieri è stata annunciata l’imminente canonizzazione, è un santo perfetto nell’anno del Giubileo della misericordia. Mezzo secolo prima di don Bosco ‘si fa prossimo’. Vede quei ragazzini e sa perché sono in città, sa da dove vengono, sa anche dove andranno a finire: nelle mani di adulti cinici, in galera, al cimitero. Sa da dove arrivano: la carestia del 1916-1817 ha spopolato le vallate bresciane, dove il grano va al padrone e ci si nutre di polenta.

 

Quando anche quella manca, si mangia erba come le bestie. Don Pievani, parroco di Malonno, scrive al vescovo Nava: la mia gente «si pasce di fieno». Gli orfani e gli sbandati finiscono in città, antichi profughi per fame e disperazione, ieri come oggi guardati con sospetto o indifferenza. No, catechesi e zuppa non bastano. Pavoni ha lo sguardo lungo, lo sguardo della misericordia.

 

Per restituire quei ragazzi a se stessi e al mondo occorrono due cose che nessuno allora, né lo Stato né la Chiesa, sapeva dare: una famiglia, per apprendere l’alfabeto degli affetti, per cucire quei legami forti, solidi, fondati sull’amore di cui tutti abbiamo bisogno; e una professione, perché l’uomo senza lavoro è un uomo privato della sua dignità, perché solo lavorando potrai essere libero, in grado di formarti a tua volta una famiglia. Famiglia e lavoro. È così che Pavoni s’inventa i maestri artigiani e trasforma l’oratorio in bottega, dove preghiera e lavoro s’intrecciano. I maestri insegnano un mestiere e fanno da papà ai ragazzi. Un mestiere su tutti, quello più confacente alle corde di Pavoni: l’arte di stampare.

 

La tipografia dei ragazzi di padre Lodovico in pochi anni diventa tra le più raffinate d’Italia. La masnada di ragazzi scalzi e straccioni che nel maggio del 1812 aveva cominciato ad accogliere a Sant’Orsola, nel nuovo oratorio di San Barnaba si trasforma in una truppa di abili apprendisti. Un santo ‘sociale’? Se proprio abbiamo bisogno di un’etichetta, mettiamocela, anche se Pavoni era innanzitutto uomo di intensa spiritualità, un prete che stava tanto in ginocchio e non si fermava mai. La sua frase ricorrente era: «Ci riposeremo in Paradiso». Non aveva mete, soltanto tappe. Così si dà da fare per ingrandire gli spazi e per trovare una sistemazione ai sordomuti, che due secoli fa non erano certo rispettati e tutelati come oggi (tranne quelli ricchi). Per loro trova una casa a Saiano. Mentre la diffidenza dei confratelli si attenua, cresce quella degli austriaci, contro la cui burocrazia lenta e ottusa la lotta è quotidiana. Una vita precaria non poteva avere che un finale burrascoso.

 

Pavoni muore nell’ultima delle sciagurate dieci Giornate di Brescia, in fuga con i suoi ragazzi verso Saiano, sotto il nubifragio, mentre Brescia viene stuprata dai croati scatenati dal generale Julius Jacob Haynau, detto ‘la jena’, che si macchierà di delitti analoghi nella repressione dell’insurrezione ungherese. Un santo della misericordia avrà ringraziato Dio per la salvezza dei suoi ragazzi e chiesto perdono per le belve, magari anche per i patrioti ciechi e furiosi che scatenano l’inutile rivolta quando a Novara la partita è chiusa, il Piemonte sconfitto non potrà mai giungere in soccorso ai bresciani. Tempi terribili, dove pochi salvatori agivano accanto a molti distruttori. Tempi così diversi eppure così simili ai nostri.

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