14 Aprile 2002

Lodovico Pavoni
viene proclamato Beato
da Giovanni Paolo II

Prima della Beatificazione

Prepariamoci alla Beatificazione del Ven. Lodovico Pavoni

I: ANNOTAZIONI STORICHE
1 – L’istituto giuridico della Beatificazione è un atto con il quale il Sommo Pontefice permette che un Servo di Dio in qualche regione, città, diocesi, famiglia religiosa sia pubblicamente venerato con il titolo di “beato”. Si tratta quindi di un culto permissivo e non precettivo, limitato e non esteso a tutta la Chiesa.

  • La beatificazione è formale se conclude un processo informativo, con l’approvazione di un miracolo ottenuto per intercessione del Servo di Dio; è equipollente, quando il riconoscimento ufficiale del culto prestato al Servo di Dio ab immemorabili è proclamato con dispensa dal normale processo canonico (C. Salotti-G. Low, Beatificazione, inn: EC II, 1090).
  • Scrive il papa Benedetto XIV (card. Prospero Lambertini) nel De Servorum Dei, t I, lib. I, cap. 38, n. 1: “Sette sono gli onori o atti di culto riferibili ai Beati: essere iscritti nel catalogo dei Beati e come tali essere accolti dalla Chiesa; come tali essere invocati nella liturgia, nei pii esercizi e nelle preghiere devozionali dei fedeli; si possono erigere in loro memoria, onore e gloria templi ed altari o luoghi di preghiera comunitaria; si possono celebrare in loro onore la santa Messa, la Liturgia delle Ore anche in forma solenne; nell’anniversario annuale del loro dies natalis o in altro giorno stabilito dal Papa è celebrata la festa della loro memoria; si possono esporre e venerare nella chiesa e nei luoghi di preghiera comunitaria le loro immagini e statue con qualche segno della loro beatitudine in cielo; il loro corpo o le loro reliquie possono essere venerate pubblicamente e cultualmente ed essere collocate in urne o reliquari o teche preziose; il tutto a onore e gloria della SS. Trinità, ad esaltazione e dilatazione della fede cattolica e ad incremento e dilatazione della religione cristiana”.
  • Va precisato che le parole Beatus e Sanctus nel medioevo fino alla introduzione dell’istituto giuridico della Beatificazione nel secolo XVI, non si distinguevano nel loro significato e si usavano indifferentemente per i singoli gradi dell’iter della canonizzazione: ovverosia la parola Beatus non era ancora un titolo proprio distinto da quello di Sanctus. La netta distinzione avviene solo nel secolo XVII, forse per la prima volta nel processo di beatificazione di Francesco di Sales, vescovo di Ginevra, compiuta il 18/12/1661 nella Basilica Vaticana e considerata dagli autori in materia come la “prima beatificazione formale” compiuta dalla Sede Apostolica (F. Dell’Oro, Beatificazione e Canonizzazione, 19.24).

2 – La Beatificazione è un istituto abbastanza recente nella Chiesa Cattolica: infatti fino al secolo XVI le Canonizzazioni non furono precedute dalla Beatificazione; nello stesso secolo però si afferma la prassi di concedere il culto pubblico, circoscritto ad un determinato luogo, in onore di certi Servi di Dio la cui causa di canonizzazione non è ancora stata ultimata o non è nemmeno stata istituita. Questa concessione pontificia, verso la fine del secolo, verrà chiamata Beatificazione.
Nella prima metà del secolo XVII la Beatificazione è già prassi ordinaria, ma a differenza del passato il culto limitato (o beatificazione) viene di regola concesso soltanto dopo che sono state discusse e approvate le virtù (o il martirio) e i miracoli. Questa concessione è però qualcosa ad extra della causa stessa. In seguito, per la Canonizzazione verranno richiesti nuovi miracoli, e la Beatificazione diverrà la tappa obbligatoria prima della Canonizzazione (F. Veraja, Le Cause di Canonizzazione dei Santi, 90-92).

  • Volgendo lo sguardo al millennio precedente all’istituzione della Beatificazione, dal secolo VI al secolo XVI si ebbero solo e sempre le cosiddette canonizzazioni vescovili o particolari. Esse avvenivano in genere durante i sinodi diocesani o lolica, nei quali si procedeva all’esame della vita e dei miracula del defunto da parte del vescovo o del sinodo diocesano e, soprattutto, all’elevatio corporis, dalla tomba, spesso seguita dalla traslatio corporis all’altare. Non si può escludere, comunque, che l’affermarsi di questa modalità di canonizzazione fosse un modo opportuno per controllare, se non arginare, l’eccessivo numero di Santi che la pietà popolare produceva!
  • Nel Basso Medio Evo si andò affermando la riserva papale: ma non si pensi ad una ingerenza pontificia. Essa piuttosto sembra fosse in linea con quel principio chiamato “dal basso”, cioè dalla base della Chiesa che si appellava al vertice ecclesiale e fu favorita dalla nuova “figura” del papato, affermatasi con la cosiddetta “Riforma Gregoriana”. Tale riserva papale dall’inizio veniva sollecitata dai vescovi e si limitava a chiedere la conferma autorevole di quanto da loro deciso; ma col tempo il Papa chiese di intervenire anche nella fase precedente alla proclamazione da parte del vescovo, per verificarne o normarne l’operato. Solo nel 1234 Gregorio IX espresse con chiarezza il principio che “sine papae licentia non licet aliquem venerari pro sancto”. Fu, però, una affermazione di principio: la canonizzazione vescovile sopravvisse ancora per secoli nonostante i frequenti interventi della Santa Sede, la quale poté realmente affermare la sua riserva solo nel 1634 con il decreto di Urbano VIII che proibiva di prestare culto ai defunti “antequam ab Apostolica Sede canonizentur aut beati declarentur” (Breve Colestis Hierusalem, in Bullarium Romanum 14; E. Apeciti, Le nuove norme per le cause di canonizzazione, La Scuola Cattolica, 2-3, 1991, 252-54).
  • Dunque l’attuale Beatificazione è il punto di arrivo e di confluenza di tre decisioni canoniche papali: 1 – concessione di un culto limitato ad alcuni candidati alla canonizzazione; 2 – la riserva alla santa Sede Apostolica dell’istituto giuridico stesso della Beatificazione; 3 – l’estensione sia della concessione che della riserva a tutti i candidati alla canonizzazione.

3 – “Riguardo al solenne rito liturgico della Beatificazione, ottenuto l’indulto di venerazione pubblica del Servo di Dio da parte della Sede Apostolica, tale rito veniva celebrato, almeno a Roma, nella chiesa alla quale per speciale titolo apparteneva il Servo di Dio. La cosa non piacque al papa Alessandro VII, il quale nel 1661 stabilì che la Beatificazione si facesse sempre e solo nella Basilica Vaticana. Questo Papa sarebbe anche l’autore del rituale di Beatificazione che qui presentiamo nei suoi elementi essenziali e che è durato per quasi tre secoli fino alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II.

La cerimonia, che aveva luogo nella Basilica Vaticana, si articolava nei seguenti atti:

  1. nella pubblicazione dell’Indulgenza da acquistarsi – previa confessione e comunione – dai fedeli, i quali “aut Missae solemni pro Beatificatione intererunt, aut Beatificationis die eandem Vaticanam Basilicam visitabunt”;
  2.  nella presenza dei Cardinali della Sacra Congregazione dei Riti, dei Consultori della stessa Congregazione, del Cardinale Arciprete della Basilica Vaticana “et Canonicorum et Cleri eiusdem ecclesiae”;
  3.  nella presentazione del Breve Apostolico da parte del Postulatore della causa al Cardinale Prefetto della Sacra Congregazione dei Riti, il quale rimandava il Postulatore al Cardinale Arciprete della Basilica Vaticana “pro facultate illud in basilica pubblicandi”;
  4.  nella lettura pubblica del Breve;
  5.  nel canto del Te Deum, intonato dal vescovo che successivamente celebrava la Messa solenne;
  6.  nello scoprimento delle immagini del Servo di Dio, che prima erano state velate, “tum super altari, tum ad faciem templi”;
  7.  “in omnium astantium veneratione”;
  8. nella recita della Colletta in onore del Beato, da parte del Vescovo che poi celebrava la Messa;
  9.  nella incensazione “trino ductu” dell’immagine del Beato, da parte del Vescovo;
  10.  nella celebrazione della Messa solenne.

Nello stesso giorno, “post Vesperas”, il Sommo Pontefice discendeva nella Basilica Vaticana “ad imaginem Beati colendam”.
Terminata la solenne cerimonia, il Postulatore della Causa chiedeva al Notaio della Congregazione dei Riti di redigere “publicum instrumentum de solennitate Beatificationis expleta in basilica Princips Apostolorum”. Nell’instrumentum veniva ampiamente descritta, anche nei suoi dettagli, la cerimonia della beatificazione sopra delineata.
Riassumendo, gli elementi propriamente rituali della beatificazione formale erano:

  1.  la lettura del Breve apostolico “con il quale si concedeva che il venerabile Servo di Dio da quel giorno assumesse il titolo di Beato e che gli fossero attribuiti gli atti di venerazione spettanti ai beati”;
  2.  il canto solenne del Te Deum a cui seguivano il versetto e l’orazione propria del beato; la messa pontificale, “primo atto di culto verso il Beato”. Il più significativo di questi atti di culto veniva compiuto, nello stesso giorno “post Vesperas”, dal Pontefice in persona (F. Dell’Oro, Beatificazione e Canonizzazione, Excursus storico-liturgico, pp. 24-32).